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Una panchina. E un albero.
Il gioco della campana disegnato a terra. Caselle fino al 13.

Si sente un pezzo di Mozart, pianoforte e violino, entra un attore, non giovane con baffi e capelli arruffati, molto somigliante ad Einstein ed imbraccia il violino.

Non lo suona perché a differenza di Albert, non lo sa suonare, ma ci prova
Si interrompe. Borbotta tra sé e sé. Si siede. Ricomincia a suonare.

Non troppo convinto, si ferma.

Racconta.

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Inizia così la terza e ultima tappa della trilogia sull’Universo che Francesco Niccolini ha scritto per Flavio Albanese e Marinella Anaclerio che ne ha curato la regia.
Avevano iniziato con L’universo è un materasso (e le stelle un lenzuolo), per raccontare la storia dell’universo e del tempo, da Esiodo ai quanti. Poi era stata la volta de Il messaggero delle stelle. Come evitai la guerra, salvai il mondo e divenni amico di Galileo Galilei dedicato a Galileo e all’importanza dell’errore nella scienza (e nella vita).
Ora questa fortunata collaborazione (Premio Eolo 2018), si accinge alla prova più impegnativa: Albert Einstein e la meccanica quantistica.

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Ma come condividere con il pubblico più giovane un percorso di ricerca scientifico che, almeno per il pensiero classico occidentale, è completamente privo di senso? Come esporre gli li ultimi traguardi  della ricerca, confini che nemmeno gli scienziati riescono a spiegare? Che nemmeno Einstein ha potuto accettare?

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La frase che si sente ripetere più spesso tra i fisici è che:  la meccanica quantistica non si può comprendere, ci si può solo arrendere e accettarla, e – in un certo senso – è quello che accade al protagonista dello spettacolo: un uomo in là con gli anni che suona un violino in un parco e incontra un bambino che gioca a campana ma con regole che non sono quelle consolidate, ma nuove, di più, strane e apparentemente insensate. È la stranezza illogica del modo di giocare del bambino che incuriosisce l’uomo, anzi, lo tormenta, al punto tale che non riesce più a concentrarsi sul violino e non può non chiedere spiegazioni al ragazzino.


Inizia un dialogo surreale, comico, struggente, un botta e risposta fitto, dove il bambino demolisce le certezze dell’anziano, che a sua volta riesce a trasmettere al ragazzino buona parte della meraviglia che anni di studi e di scienza gli hanno permesso di provare, ma anche le delusioni, le attese, le scoperte fatte e quelle che non farà in tempo a fare.

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Che l’uomo sia un Albert Einstein ormai anziano non ci sono dubbi (adorava suonare il violino), ma chi è il ragazzino che gioca a campana con due dadi, e che ha una risposta misteriosa a ogni domanda di Albert?

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Lo spettacolo ha la struttura di un dialogo socratico: così come nel Simposio Socrate narra il suo incontro con la sacerdotessa Diotima, che lo inizia all'arte dell'amore, qui è Albert Einstein a prendere la parola in scena per raccontare un singolare e brillante dialogo con un ragazzino speciale, che in realtà scopriremo essere...

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Albert eD io è un viaggio poetico e malinconico tra la felicità delle scoperte più incredibili e la sofferenza di non poter capire tutto quello che vorremmo comprendere, mischiate con il peso della responsabilità delle scoperte e delle loro applicazioni, e la voglia di avere ancora tempo, più tempo, per scoprire ancora, e ancora, e ancora.

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di Francesco Niccolini

drammaturgia Flavio Albanese, Marinella Anaclerio, Francesco Niccolini

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con Flavio Albanese

regia Marinella Anaclerio

scena Francesco Arrivo

realizzazione Scena Domenico Pirozzi

luci Cristian Allegrini

costume Marinella Anaclerio

realizzazione costume Angela Gassi

consulenza (e pazienza) scientifica Vincenzo Napolano

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foto Laila Pozzo

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produzione Compagnia del Sole, Fondazione Sipario Toscana Onlus, Fondazione TRG

con il patrocinio di INAF - Istituto Nazionale di Astrofisica

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Scheda Artistica

Scheda didattica

Scheda Tecnica

Locandina

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RECENSIONI

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