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Il mito di Prometeo e di Dostoevskij
Scienza e Religione

 

30 luglio, ore 21
in scena per la Rassegna estiva Circolo Nuovi Orizzonti a Udine
Flavio Albanese e il prof Marco Giliberti

 

Cogliendo l’occasione dei 200 anni dalla nascita di Dostoevskij la Compagnia del Sole organizza un incontro sul tema dell’eterno ed apparente conflitto fra Religione e Scienza, fede e ragione. Flavio Albanese leggerà La leggenda del Grande Inquisitore, uno dei passi più pregnanti dei suoi romanzi, un capitolo de “I Fratelli Karamazov. E’ l’incontro fra Gesù Cristo, di ritorno sulla terra ai tempi dell’inquisizione, ed il grande Inquisitore che, dopo averlo incarcerato, gli spiegherà con lucidità e spietatezza perché, secondo lui, proprio il Messia, per il bene dell’umanità, debba essere messo al rogo.

Seguirà una conferenza del Prof Marco Giliberti professore aggregato presso l’Università degli Studi di Milano come docente di Didattica della Fisica e Relatività. Questa conferenza, aperta al pubblico, analizzerà il rapporto fra il potere ecclesiastico e la scienza nei secoli, attraverso il percorso della ricerca scientifica da Prometeo ad Einstein e oltre. Vedremo come questo conflitto, già individuato nel mito greco di Prometeo, continui a riflettersi nella vita di ognuno di noi ed a ripetersi con sfumature diverse quasi quotidianamente, come nell’ altro illuminante mito, quello di Sisifo.

Il Grande Inquisitore
da I fratelli Karamazov di F. M. Dostoevskij

con Flavio Albanese a cura di Marinella Anaclerio

 

…perché sei tornato? No, non rispondere!
Non hai il diritto di aggiungere niente a quello che hai già detto!
Quindici secoli fa hai messo tutto nelle nostre mani…
In questi quindici secoli siamo riusciti con grande fatica a sconfiggere
quella libertà che tu avevi regalato agli uomini e per la quale hanno tanto sofferto.
Ora che abbiamo conquistato il potere in Tuo nome
quella libertà sono venuti a deporla ai nostri piedi
chiedendoci di gestirla per loro
e ora più che mai si sono convinti di essere liberi.
Non ti permetterò di rovinare tutto!...

 

Il racconto è una delle analisi più lucide sul rapporto fra l’essere umano e il clero di qualsiasi religione. L’essere umano ha sempre avuto bisogno di un intermediario per relazionarsi al divino e su questo bisogno si fondano e si distruggono tutte  le chiese.

La leggenda del grande inquisitore è uno dei capitoli più famosi del grande romanzo di Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, pubblicato in Russia nel 1880. Si tratta di un apologo, un racconto che Ivan Karamazov fa a suo fratello Alesa, alla vigilia dell’assassinio del padre e dell’esplosione della sua malattia mentale che lo porterà a vedere e dialogare con un originalissimo Diavolo.

 

La Storia

Nella Spagna dell’inquisizione, tra i roghi degli eretici, appare un personaggio misterioso, forse proprio Gesù. La folla lo riconosce e comincia a chiedergli miracoli, lui resuscita una bambina, dona la vista ad un cieco, ma il vecchio inquisitore lo fa arrestare e portare in prigione. Durante la notte l’inquisitore fa visita al prigioniero in cella e gli spiega, con estrema lucidità, il motivo per cui lo condannerà nuovamente a morte. La chiesa ha reso gli uomini felici, non lui con il suo dono di libertà. La chiesa e il clero hanno portato a compimento, migliorandola,  la sua opera rispondendo al bisogno primario di ogni uomo: qualcuno  a cui inchinarsi e qualcuno che si assuma per loro tutte le responsabilità. Gesù in definitiva ha rivelato all’uomo verità che l’uomo, da vile e pauroso qual’ è, non riesce a sostenere: l’uomo vuole il pane, non la libertà. L’uomo vuole qualcuno da adorare, non una guida che gli faccia scoprire la sua forza. L’uomo vuole essere gregge, non individuo.

Dostoevskij in questo capitolo esprime la contrapposizione tra libertà e costrizione, tra fede nella vita e negazione di essa. Nella leggenda del grande inquisitore si esprime un forte pessimismo per la condizione umana, ma anche l’esigenza di una spietata sincerità per poter intraprendere un cammino di crescita.
 

Nietzsche e Dostoevskij

Quando Nietzsche lesse Dostoevskij, l’impressione che ne ricavò fu fortissima. Arrivò a parlare dell’autore russo come di un ‘fratello di sangue’. Come se avesse riconosciuto in lui le sue stesse ossessioni. E forse addirittura qualcosa di più: ossia un certo stile di pensiero, per cui l’idea non è mai un’astrazione, ma sempre e soltanto una realtà incarnata, realtà vivente, realtà fatta persona

Da Prometeo a Galileo

conferenza aperta al pubblico con il prof. Marco Giliberti

 

“Viri Galilaei, quid statis aspicientes in coelum?” 

Così il domenicano Tommaso Caccini si rivolgeva a Galileo e ai suoi sostenitori. In un clima di generale freddezza, in una società già profondamente lacerata dalla Controriforma, il processo a un uomo è stato amplificato e trasformato in un caso - il caso Galileo - in seguito al quale l’immagine dello scienziato “martire” non ha fatto che inasprire vecchissime idee e profonde fratture risalenti al mito di Prometeo che diede agli uomini pensiero, coscienza e conoscenza; addirittura la prima conoscenza, quella della matematica, e poi la medicina, la tecnica e l’energia del fuoco, attrezzandoli per la vita cosciente. 

 

Prometeo ed Eschilo

E’ per questo che Prometeo viene punito: la scienza e la tecnica scacciano l’uomo dal paradiso della natura e perciò stesso lo allontanano dal divino. Questo tema ha accompagnato l’evoluzione della cultura occidentale per due millenni e mezzo, e molte persone vivono ancora oggi la frattura tra la spiritualità (in un senso anche molto ampio) e la scienza, che svela, scopre e, perciò, toglie poesia alle cose. E’ davvero così? Davvero possiamo ancora oggi sentirci inquisitori gli uni nei riguardi dell’altro? Come mai questa dicotomia tra spiritualità e scienza svolge ancora oggi il ruolo di motore trainante le avventure umane?

Per Eschilo, Prometeo “il preveggente” , ha rubato a Efesto il fuoco, “La luce artefice di tutto […] e ne ha fatto partecipi i mortali”  per amore degli uomini. Questi infatti:

 …avevano occhi e non vedevano, avevano le orecchie e non udivano, ignoravano le case di mattoni, le opere del legno: vivevano ignari dei certi segni dell’inverno o della primavera che fioriva o dell’estate che portava i frutti finché io, Prometeo, indicai come sottilmente si conoscono il sorgere e il calare degli astri, e infine per loro scoprii il numero, la prima conoscenza, e i segni scritti come si compongono, la memoria di tutto. Ed aggiogai le fiere perché succedessero ai mortali nelle grandi fatiche, e legai al cocchio lo sfarzoso e docile cavallo. Ed inventai il cocchio al marinaio, su ali di lino errante per i mari. Se uno s’ammalava  non aveva difesa finché indicai benefiche misture che tengono lontani tutti i morbi e primo giudicai quali vere visioni porta il sogno, svelai le oscure voci dei presagi guidai i mortali ad una conoscenza indimostrabile. E chi prima di me scoprì i doni nascosti nella terra, il bronzo, l’argento e l’oro? Sappilo in breve: tutto ciò che gli uomini conoscono, proviene da Prometeo. 

 

Trasgressione e conformismo, obbedienza e libertà, inquisizione e verità reclamano oggi più che mai diritto di parola:

“…di una parola sincera e non trafugata

di una parola non diffidente e neppure ostentata,

di una parola semplice, mai volgare, ma formale.

Ogni volta dobbiamo ricominciare. 

Perché il principio è spesso la fine

e giungere alla fine è ricominciare dal principio…”

T. Eliot.

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